Cowboy spaziali

Ho già scritto di “The return of the space cowboy” dei Jamiroquay, e l’ho usato come sottofondo ad alcuni miei post. La figura dello “space cowboy” compare in alcune canzoni, di cui una ebbe un grosso impatto sui miei gusti musicali, quando avevo circa quattordici anni. La canzone è “The joker”, della Steve Miller Band, e fu uno dei pezzi che mi avviò alla passione per la musica rock (e pop, confesso, anche quella). E’ l’unico 45 giri che abbia comperato  nella mia età “da grande”. Steve Millor canta

“some people call me the space cowboy, yeah

some call me the gangster of love…”.

 

Space cowboys è il titolo di un film con Clint Eastwood e Donald Sutherland, e Ian Solo, protagonista di Star Wars è uno space cowboy. In un romanzo di Stephen King (Il gioco di Gerald) viene citato, anche se non mi ricordo bene a che titolo. Alla mitologia dellla Nuova Frontiera andava aggiunto lo space cowboy? Chi lo sa. So solo che negli anni 90 i Jamiroquay fecero uscire questo pezzo, che è un po’ un inno al ritorno al peace and love (con annesso sballi varii) dei sixties, in ambiente acid jazz e dance. Loro vestiti da no global, Jay Kay che balla benissimo. Enjoy.

 

La realtà morde

La scorsa domenica ho passato un brutto momento. Mentre andavo in macchina, guidando rattristato sotto la pioggia, mi è venuta in mente questa canzone. Mi è sempre piaciuta, sia nella versione originale di Peter Frampton, che in quella, dolce e solare, dei Big Mountain. Un reggae leggero, che scalda e tira su di morale, anche solo a ricordarselo, e a canticchiarlo in macchina. La realtà morde è la traduzione letterale del titolo del film di cui è colonna sonora. Una piccola commedia con molti attori famosi, allora giovanissimi (Winona Ryder, Ben Stiller, Ethan Hawke). Il titolo in italiano era “Giovani, carini e disoccupati”. Non credo fosse un gran film, ma riandando con la mente a quegli anni (90) forse erano meglio di come li pensavamo. E ora la versione di Peter Frampton. Enjoy.

Feeling brand new

New York, come me l’aspettavo? Non ci pensavo particolarmente prima di partire, poi è stato un colpo di fulmine, da quando ho intravisto i grattacieli di Manhattan nella foschia di un mezzogiorno estivo, mentre l’aereo atterrava. L’amore che suscita è travolgente. Non è bella come una capitale europea, ma spacca. Spacca proprio. Esci dall’appartamento che hai affittato a Harlem, e ti risucchia subito, il centro del mondo. Il caldo della Subway ti fa impazzire, il traffico è soffocante, l’odore del cibo cinese a Canal Street è nauseabondo, la gente per strada ti sposta quasi a forza, è un delirio. Ma sei lì, sei dentro, dentro la tua vita, dentro la tua era. E si va avanti. NYC non si guarda troppo indietro. Potrei parlare del deli che sembra uscito da un film di Spike Lee, degli skate boarders che sfidano il traffico in VII avenue, degli afro americani per la 125 che rappano da soli mentre ascoltano la musica nelle cuffiette, e di altro ancora. Andare al centro del mondo, per provare. Per sentirsi, come canta Alicia Keys in questo pezzo di Jay Z, “brand new”.

Enjoy

Caschi e tute scintillanti

In macchina:

– Questo pezzo piace tanto alla mia amica, lo sente sempre sul telefonino. Si chiamano Daft Punk.

– Chi, quelli col casco e le tute scintillanti?

– Hanno fatto pure la colonna sonora di Tron.

– Non quello degli anni 80, immagino.

– Anni 80?

– Ehi, questa chitarrina sembra proprio quella degli Chic, come si chiamava il chitarrista, Nile Rodgers…

-?


Daft Punk – Get Lucky (Full Video) di agrigentooggi


Non sembra, è davvero la chitarra di Nile Rodgers. Lo scopro dopo, e lo dico tutto contento a mia figlia, che ovviamente non sa chi sia. E il pezzo dei Daft Punk è veramente notevole. Questa capacità della musica pop odierna di mescolare tutto, campionare il vecchio e riproporlo in modo originale, farlo diventare qualcosa che sa di nuovo e fresco mi sorprende sempre. Al rock non riesce così bene, non c’è mai modo per me di non sentire qualche pezzo di una band rock nuova e di non pensare “ma questo l’hanno già fatto, non è granché.”. E mentre sento Get Lucky dei Daft Punk, ripenso alla disco, e c’è il piccolo rimpianto di non avere ballato abbastanza quella musica di cui gli Chic sono gloriosi rappresentanti. Li propongo con Good Times, uno dei loro capolavori.

Bey in Glastonbury

Nella mia mente il festival di Glastonbury è associato a PJ Harvey, agli Oasis, a Bowie, agli Stones, insomma, al genere di  musica che più amo. Non ci sono mai andato, purtroppo, ma me lo immagino come il classico festival rock inglese:  il meglio della mia musica, tanta gente e pioggia. Due anni fa, lessi con  sorpresa che anche il pop più glamour faceva ormai parte della scena. In particolare Beyoncé. E le recensioni sulla stampa inglese erano anche buone. Questo video mi ha fatto pensare a quanto lavoro c’è dietro questo genere di spettacolo. Provate voi a ballare e cantare così. Bey e le sue compagne sono delle vere dee, e il pezzo è molto trascinante. Non sarai una rock star come dici (furbescamente) di volere essere, mia cara Bey, ma sei certamente un altro bell’animale da spettacolo. Enjoy.

Benedetto Mr. Fantasy

Quando ero studente universitario, esplose la febbre dei videoclip. Assieme  agli argomenti delle lezioni, alla Roma di Falcao ed altre amenità questi affascinanti filmati musicali erano oggetto di conversazione con i miei colleghi. MTV non era ancora sbarcata in Italia, e VideoMusic (altra emittente storica) stava appena incominciando. Un glorioso programma della Rai, Mr. Fantasy (di Carlo Massarini), trasmetteva i video più affascinanti. Uno dei più belli era certamente Billie Jean, cantata e ballata da Michael Jackson. L’idea delle mattonelle che si illuminano al suo passaggio è semplice e geniale. L’ho rivisto per curiosità su You Tube e l’ho trovato ancora godibilissimo. Anche alcuni clip dovrebbero essere tutelati come patrimonio artistico. Sono pezzi di storia dell’arte e dello stile, come la moda e il design.

P.S.: Mr. Fantasy è il titolo di una canzone dei Traffic, di cui Massarini era un fan sfegatato.

 

 

Scossa

A metà anni 80 la scossa per me arrivò. Andai via di casa. E incominciai uno strano giro d’Europa. Gli Style Council mi accompagnavano, uno dei risultati finali delle derive pop  di tanti artisti. In questo caso di Paul Weller, the Modfather, già leader di un gruppo rock tanto popolare in Inghilterra quanto (semi-) sconosciuto qui in Italia, dove vi era un’inerzia di un paio d’anni almeno, in termini di gusto e tendenze. Adoravo gli Style, anch’io avevo subito una deriva pop. E questi archi sintetici, che si sentono, beh, mettono il prurito ai piedi. D.C. Lee, ex wham-ette, è meravigliosa. Sullo sfondo, le battaglie sociali durrissime dell’Inghilterra in era Thatcher. Deriva pop sì, ma di sinistra.

No sabe

Non so. Non so molto dei Cypress Hill o di Pitbull, conosco Marc Anthony di fama, vagamente. Non stava con JLo? Quello che so è che in questo pezzo c’è il campionamento del coretto irresistibile di Suite: Judy Blue Eyes. Di Crosby, Stills, Nash e Young. E che ho riconosciuto subito, la prima volta che ho sentito questo brano alla radio. Ne ho già scritto qui. Il video è perfetto per questo caldo inizio estate. Misto hip hop, salsa, latin pop. Rinfrescante. Gradevole. Hermoso.

 

 

Simply perfect

Tutto cominciò qui, credo. Un certo tipo di pop, che si fondeva completamente, totalmente, con la moda e i modi di essere, soprattutto apparire. Madonna è quasi una mia coetanea e il suo primo modo di vestire, un po’ gotico, un po’ romantico, mi piaceva moltissimo. Era giusto, perfetto. La ragazza atterrò sul pianeta Terra nel momento esatto in cui doveva esserci. Poi si trasformò, moltissime volte. Ma il primo look è quello che deve essere celebrato e ricordato. Ed è imposibile separare il look dalla sua musica e dalla sua danza. Godetevelo.

Insonnia ’90

Un giorno imprecisato della scorsa estate, mentre sorseggio un “capo” al bar, sento una canzone familiare. E’ un remake acustico di questo pezzo; mi ricordo immediatamente il video del brano originale, visto la prima volta su MTV in una notte insonne e calda alla fine degli anni ’90. Allora mi colpì molto, per la glacialità della cantante, e per le sue, come dire, pulsazioni melodiche e decadenti. Di grande effetto, almeno su di me.