24/07/2006
Lettera d'Aprile (2)

Horst guardò il soggiorno, imbarazzato ed ammirato dallo splendore della casa, mentre lei continuava a fissarlo, in piedi. Il suo respiro si fece un po' più regolare:
“Ciao Dom. Sei messa bene.”
“Già”, fece lei, ancora immobile.
Ad Horst scivolò il casco sul pavimento, imprecò in tedesco.
“Pasticcione, così il parquet si rovina.”
Dom sorrise. Poi si voltò bruscamente e si diresse in cucina.
“Vuoi del caffè? Sarai stanco, no?"
Horst non rispose, la seguì, gli occhi sulle gambe che spuntavano dal camicione. Capelli più lunghi, pensò, diversa ed uguale al tempo stesso. Sciuff, un tuffo nella sua anima, schiuma bianca che si levava altissima, e quasi offuscava la sua vista.
Dom armeggiò con la macchinetta del caffè nella sontuosa cucina:
"Il viaggio?"
"Eterno", rispose Horst, con gli occhi sui fornelli. Si sedette su una sedia, e si mise ad armeggiare con la scatola del tabacco e le cartine.
"Ti dispiace, Dom?"
"No, anzi, preparane una anche per me. Mai stata capace, io. Magari una speciale, eh, Horst?"
"Già, speciale. Così mi stendo del tutto...."
"Non è quello che io so, e lo sai anche tu", Dom sorrise maliziosamente.
"Ne hai, no? Altrimenti posso dartene un po' della mia."
"Non c'è problema, ho ancora qualcosina nella mia riserva."
Horst preparò il joint, l'accese e lo passò a Dom.
"Signora dell'alta società, queste sono cose che non si fanno, da voi."
"Fanculo l'haute societé, Horst. Cazzo ne sai te, poi. Bevi il caffè, finché è caldo."
"A me piace tiepido."
"Ah sì, ricordo ora. Seduto sulla poltrona, ad aspettare che si freddasse... Beh, mentre aspetta, prego, Herr Horst..."
Horst aspirò il joint che gli era stato offerto, tranquillamente, gli occhi semichiusi. Si levò gli occhiali e li poggiò sul tavolo.
"Dunque, sono qui."
"Già, sei qui, mon ange. Non molto tempestivo, direi."
"No. la puntualità non è mai stata la mia specialità."
"Nemmeno la mia."
Dom fece un risolino, con la bocca sulla mano.
"Sai già tutto, no, Horst? Tutte le lettere. Sei tu che sei sempre stato, come si dice, riservato?"
"Non molto da raccontarti, Dom. Niente Formentera, alla fine. Tutto qui."
"Tutto qui."
Si passarono il joint senza parlare molto. Le due tazze di caffè giacevano sul tavolo, dimenticate. Alla fine della fumata, Dom le prese, si voltò e ne rovesciò il contenuto sul lavandino. Horst si alzò, e le si avvicinò. Voglio vedere se è ancora lì, pensò, e le alzò i capelli dietro la nuca, impercettibilmente. Il neo all'attaccatura dei capelli sembrava più piccolo, lo sfiorò con le labbra, appena appena. Dom si voltò, lentamente, si appoggiò con le braccia al lavello e lo baciò sulle labbra, alzandosi sulle punte dei piedi. Il bacio si fece più lungo, lei attaccata a lui. Poi, Dom gli morse il labbro inferiore, piano, si staccò di scatto e gli prese la mano.
"Viens, mon ange."
Lo portò nella sua splendida camera piena di mobili antichi, regalati da chissà chi, lo spinse sul letto ancora sfatto, e le si stese sopra. La camicia da notte era già volata dall'altra parte della stanza. Lei armeggiava sulla tuta di cuoio, mentre Horst rispondeva dolcemente ai suoi gesti. Dom gli sfilò parzialmente i pantaloni, lo accarezzò e lo baciò a lungo. Poi gli diede un'occhiata soddisfatta, risalì e lo prese. Horst sentì delle scariche che lo attraversavano, Electric Ladyland, già, era quella la musica.
Horst giaceva addormentato, ancora semivestito, supino, mentre Dom giocava con la sua lunga coda di cavallo. "Merci, mon ange", mormorò. Si rialzò e si diresse in bagno. Lo specchio le era davanti, con lei dentro. Fianchi: OK. Vita: OK. Seni: OK. Gambe: Ok. Capelli: insomma.... Guardò dentro i suoi occhi verdi, il punto nero non c'era più.
(a Jimi)
21:35 Scritto da: weller60 in cityhoppers | Link permanente | Commenti (10) | Segnala | Tag: parigi | OKNOtizie |
Facebook
20/07/2006
Lettera d'Aprile

Dominique entrò in casa, incerta sui tacchi alti, effetto di troppi cocktails. No, Jerome proprio non ce lo voleva in casa, quella sera. Lui aveva protestato, l'aveva accompagnata fin sotto il portone, lasciando la sua Porsche in mezzo alla strada con le portiere aperte, le macchine che passavano a stento, da cui uscivano urla ed imprecazioni. Lei aveva fatto il solito viso imbronciato modello "adorami", l'aveva respinto, mentre lui provava a baciarla. Poi un piccolo sorriso dei suoi, un bacio sulla guancia ed era scappata via, lasciandolo così, con la sigaretta fra le dita, la cravatta mezza slacciata, la capigliatura trendy leggermente spettinata. Nessuno, non voglio nessuno stasera, pensò. Si sfilò le scarpe, buttandone una sotto il prezioso divano, regalo di nozze di non so quale parente dell'ex-marito, Robert, mentre l'altra centrò in pieno il quadrante del maestoso orologio a pendolo del soggiorno. Dom scoppiò a ridere, mettendosi la mano sulla bocca. Stasera nessuno in casa, niente domestici, il figlio a casa di Robert. Si sedette sul tappeto persiano di seta, a gambe larghe, e si accese una sigaretta con l'accendino di Cartier, regalo di chissà chi. Quanti regali, quante persone di cui scordava il nome. Robert se li ricordava tutti, immancabilmente. L'aveva salvata dall'abisso finanziario, velenosa eredità dei suoi adorati genitori, morti dieci anni prima in un incidente stradale. Neanche la vendita della casa in Normandia poteva coprire i debiti. L'Uomo della Provvidenza. Dom sorrise amaramente, al pensiero dell'Uomo della Provvidenza. Una provvidenza diventata inferno dorato. Il figlio, l'unica sua ancora, stava incominciando a crescere. Non ti e' andata poi così male Dom, tutto sommato, vero? Inferno, botte , umiliazioni in una cassaforte piena di gioielli. Uomini, belli, ricchi, per tutte le occasioni. Per ognuno dei tuoi sorrisi, un centro. Mira infallibile. Robert era sbottato, non ce la faceva più. Separazione e divorzio, a te la casa a Montparnasse, alimenti cospicui ed affidamento congiunto. Non sei un'arpia, mia cara, potevi ottenere molto di più, ma per te andava bene lo stesso. Le porte girevoli, uomini che vanno, uomini che entrano. Un bastardo inglese ti era entrato sotto la pelle, quando eri ancora sposata. Jamie, già, paradiso, vacuità. In ginocchio, Dom, in ginocchio per lui. Solo lui ci era riuscito. Poi, puf, dissolto, e tu che avresti squarciato la tua pelle. Dom scosse il capo, ed a fatica si rialzò, dirigendosi verso il bagno. Camminando, si sfilò il tubino, e si levò i gioielli, mettendoli su un mobile capitato di lì per caso. Si levò le mutandine ed il reggipetto, niente calze, a lei piaceva così, e si trovò a cospetto dell'enorme specchio. Socchiuse gli occhi, li aprì, scovò un capello bianco. Domani parrucchiere, imperativo, pensò. Piccole rughe d'espressione ai lati degli occhi, niente, solo un attimo, 36 anni, tutto lì. Seno? un po' giù forse,ma solo lei se ne accorgeva. Vita: OK. Gambe:OK. Fianchi: OK. Qualche piccola gobbetta di cellulite, impercettibile. Dom continuò a guardare un punto lontano dentro i suoi occhi verdi, pensando per un po'. Una lacrima sottilissima gli solcò la guancia destra, lasciando una striscia nera. Poi si voltò, e si diresse in salotto. Aprì il suo secretaire preferito. Dentro, la scatola. E dentro la scatola, le lettere e le cartoline, vergate con quella calligrafia regolare e nitida. Le frugò, trovò una busta con un indirizzo del mittente. Si sedette, prese una penna, un foglio di carta ed incominciò a scrivere, mentre la pioggia di quella notte d'aprile picchiettava sulle finestre.
Cristo che male al sedere, pensò Horst, sbuffando dentro il casco. Alla mia età, 'sti viaggi. Ridacchiava un po', gli occhi fissi davanti al nastro nero che gli si svolgeva davanti. Ogni tanto toccava la giubba, all'altezza della tasca interna, sentiva la carta della lettera, quasi per sincerarsi che fosse vera, che non fosse svanita. La coda di cavallo spuntava dal casco, ingrigita, ma più lunga che mai. Pensava ancora a quella mattina, quando Kemal, coi baffi ormai completamente bianchi, gliel'aveva portata, un po' interdetto, mormorando qualcosa in turco, come al solito. Una lettera. Da Parigi. Horst l'aveva letta tranquillamente, ed altrettanto tranquillamente era uscito dal garage.
"Che cazzo fai, Horst?" gli aveva gridato dietro Kemal.
"Esco" aveva detto semplicemente Horst. Era tornato a casa in macchina, aveva parcheggiato, indossato la tuta e inforcato la moto, già messa a punto, come in ogni primavera. Berlino, nuova di zecca, l'aveva salutato col suo traffico soffocante.Hannover, Dortmund, Colonia, Liegi, Charleroi, puntini luminosi, cartelli verdi ed azzurri, camion multicolori, scintillanti nella notte. Giù, verso la città a forma di cuore, verso qualcosa di indefinibile, di assurdo e reale al tempo stesso. La lettera sul petto, la chioma grigia svolazzante, la pioggia notturna.
Attraversò il traffico variopinto del mattino, così diverso da quello della sua città. "Caos organizzato" pensò con ironia Horst. Arrivò al boulevard trafficato, al palazzo del quartiere esclusivo. Città proibita. Parcheggiò la moto, senza troppo curarsi di divieti e strombazzamenti, e si sfilò il casco, scuotendo i capelli. Carezzò la moto fedele, baciò il manubrio, e sfilò le gambe lunghe e magre fasciate nel cuoio. Col casco in mano, si avvicinò al portone. Il concierge lo fermò immediatamente. Horst disse il nome, a testa alta, il concierge chiamò e dette il via libera. Tante rampe di scale a piedi, niente ascensore, così, per divertimento. Horst col fiatone dei suoi cinquant'anni, gli occhi iniettati di sangue, ore senza dormire. La porta preziosa si aprì, la donna minuta dagli occhi verdi gli regalò il suo sorriso. Horst si pulì gli occhiali, come per vedere meglio. Dom fece cenno, in camicia da notte. Lui fece il passo, e la porta si chiuse dietro di loro.
(ad Hana Bi)
22:25 Scritto da: weller60 in cityhoppers | Link permanente | Commenti (16) | Segnala | Tag: parigi | OKNOtizie |
Facebook
17/07/2006
Jamie à Paris (VI parte)

Il cancello della prigione si aprì, finalmente, nel pomeriggio assolato di primavera, facendo uscire Tim, in tuta da ginnastica e con una borsa sportiva. Jamie, dall'altra parte della strada, era appoggiato alla sua Volvo, in giacca scura ed occhiali da sole. Fece un cenno con la mano al fratello, che attraversò e gli si fece incontro. I due stettero un po' l'uno davanti all'altro, Jamie gli appoggiò la mano destra sulla spalla. Vide il tatuaggio sul collo, il cranio perfettamente rasato, l'orecchio mutilato nella parte superiore, il segno dei pitbull di Joey. Tim non reagì, si guardava intorno, strabuzzando leggermente gli occhi, segno di una miopia che aveva sempre cercato di nascondere. Jamie sorrise, e aprì la portiera della macchina. Prese la borsa di Tim e la appoggiò sul sedile posteriore:
"Andiamo ".
I due entrarono, Tim leggermente impacciato per via della sua mole, ulteriormente ingrossata dopo i due anni in carcere, e Jamie accese il motore. Si diressero senza fretta verso la M25, intasata come al solito. Attraversarono il Tamigi sul ponte di Dartford, con il sole morente che dardeggiava sul fiume e gli edifici induistriali, diretti verso est, verso il Kent, la casa dei genitori. Tim disse poche parole nella sua voce rauca, mentre Jamie parlava del più e del meno, con un fare gioviale leggermente sforzato. Parlò del suo nuovo lavoro:
"Mi hanno offerto un posto a Liverpool, in una ditta che produce pezzi meccanici di precisione, come responsabile dell'ufficio vendite. Mi trasferirò presto. Tu puoi stare quanto vuoi dalla mamma, non vede l'ora. Non se l'è sentita di venire a prenderti in prigione, per lei è ancora uno choc, sai."
Jamie parlava in continuazione, sembrava spiritato:
"A Parigi, che femmine. Ho conosciuto una sposata, piena di soldi. Ragazzi, da perdere la testa. Dominique, si chiamava. Una brunetta con occhi verdi, un vero fenomeno. Cristo, che cugini che abbiamo, Tim, sembra che conoscano tutta la città. Potresti andare un po' lì per una vacanza vera. Ti saluta tanto Esteban, a proposito...."
Tim si voltò, e disse tranquillamente:
"Ferma la macchina, Jamie."
Jamie era un po' interdetto:
"Cosa? Siamo vicini a casa, ormai... Ti senti male?"
"Ferma questa cazzo di macchina, Jamie."
Il tono non ammetteva repliche, Jamie rallentò e si fermò su una piazzola dell'autostrada. Tim scese, guardò il traffico e si chinò in avanti, le mani sulle ginocchia, come un corridore stanco per rifiatare. Jamie si avvicinò di lato:
"Tim, ti senti ma...."
Il manrovescio di Tim interruppe la frase. Jamie sentì il sangue in bocca, un incisivo fece crick e si scheggiò. Il bruciore sulle labbra gli ricordò di uno schiaffo ricevuto da sua madre molti anni prima, mortificandolo e lasciandolo sbalordito. Il fratello aveva ora le braccia conserte, e lo guardava senza dire una parola. Poi, piano piano, incomicniò a sussultare, e gli occhi si inumidirono. I sussulti divennero più forti, Tim chiuse gli occhi e incominciò a piangere. I singhiozzi scuotevano il suo possente torace:
"Scemo, scemo..."
ripeteva sommessamente, quasi a se stesso. Jamie gli si avvicinò, ancora stupefatto, e gli prese la testa fra le mani. Tim rimase immobile, nell'abbraccio di Jamie, per un po', singhiozzando e mormorando. Poi si tirò via di scatto:
"Andiamo a casa. Dammi le chiavi, guido io."
Find your way out - of the wild wild wood
Fine :)
22:25 Scritto da: weller60 in cityhoppers | Link permanente | Commenti (18) | Segnala | Tag: londra, parigi | OKNOtizie |
Facebook
13/07/2006
Jaimie à Paris (V parte)

Claudia era accovacciata sulla poltrona della stanza d'albergo, in camicia da notte. I suoi riccioli scomposti decoravano lo schienale liso, lei guardava la via sottostante, dalla finestra. Niente più lacrime e singhiozzi, niente. Una settimana, continuava a pensare, solo una settimana. Era stato un paradiso, dissolto. Svanito. La mattina, all'appuntamento al bistrot lui non s'era presentato, senza spiegazione, senza telefonate, senza messaggi. Non aveva il suo numero, non gliel'aveva dato. Non riusciva ad alzarsi, non riusciva a pensare ad altro. Laura era tornata a Roma, lei era rimasta. L'alba si stava facendo strada tra la pioggia, mentre lei continuava a tormentarsi il suo ricciolo preferito.
Jamie uscì dalla casa dei suoi zii che sopportava sempre meno, ancora un po' stordito dalla sbornia della sera prima. I suoi cugini, che fenomeni. E che ragazza, quella che gli avevano presentato. Pensò un attimo a Claudia, una piccola puntura nella sua coscienza, fece per grattarsi la testa, e attraversò il boulevard facendo attenzione al traffico. Fu ingoiato dal tunnel della fermata del metrò, camminò senza fretta verso la banchina. Oggi vado a tagliarmi i capelli, pensò. Un bel taglio è quello che ci vuole. Che noia, che noia, niente da fare tutto il giorno. Pensò di telefonare in ufficio, forse le acque si erano calmate. Da Tim niente notizie, rabbrividì un po' al pensiero di Joey, ma sentiva tutto così lontano. Se l'era spassata un po' a Parigi, tutto qui. Mentre aspettava il treno, vide Jed in piedi, con la grande custodia della sua chitarra accanto, che gli sorrideva. Lo salutò con un cenno del capo. Jed si avvicinò:
"Il mister che ascolta e non dà soldi. Ho una cosa per lei."
Una piccola busta bianca fece capolino nella sua mano. Il ragazzo gliela porse, con un lieve inchino. Jamie la prese senza pensare, sbalordito.
"La apra, mister, e legga."
Jamie obbedì, e tirò fuori un bigliettino pubblicitario di un bar. Nel retro c'era scritto un appunto, Jamie sobbalzò, riconoscendo la calligrafia irregolare del fratello:
"Chiedi di Esteban. Sei un idiota bastardo. Tim."
Jed era in piedi accanto a lui, ancora sorridente:
"Bel posto quello, lo conosco. A quest'ora dovrebbe essere già aperto.La accompagno, se vuole."
Il treno arrivò fragorosamente, ed i due entrarono insieme ad un fiume di gente, senza parlarsi.
Jed salutò Jamie con un cenno della mano all'ingresso del locale nel Quartiere Latino, più rumoroso del solito.
"Good luck mister. Bye bye".
Jamie rispose di riflesso, il ragazzo si voltò e sparì in un vicolo. Cristo, Tim. non ti facevo così pieno di risorse, pensò Jamie, mentre entrava nel bar. Uguale a molti altri, penombra, tavoli ancora semivuoti, musica jazz da un piccolo palco illuminato. Un piano ed una ragazza bionda, fasciata in un abito blu. Jamie si avvicinò al banco, osservando la cantante. Niente male, niente male.
"Non ci pensare neanche, little Jamie. Non fa per te."
La voce vicinissima, con un forte accento spagnolo, lo fece trasalire. Da dietro al banco, un giovane magro con i capelli scuri ed impomatati lo guardava ironicamente:
"Sono Esteban. Tu e tuo fratello non vi assomigliate per niente. Proprio per niente. Siediti, ti dò una bella lager. Offriamo noi. E adesso ascolta, ho delle cose da dirti."
Esteban spinò la lager e gliela porse, sorridendo. Jamie la sorseggiò, mentre il barista guardava la ragazza.
"Questo posto non è male, vero? Niente male. Ci vorrebbero un po' di migliorie, però. E poi, troppi turisti. Troppo rumorosi. Ci vorrebbe gente come Tim, qui, per farne un posto di classe."
"Già", mormorò Jamie, ancora più stordito.
"Tim è un amico, sai. Collaboriamo, spostiamo un po' di merce qua e là. Niente di che, insomma, avremmo potuto fare di meglio. Si può sempre fare di meglio. Ci ha chiesto di tenerti d'occhio, un po' di protezione. Jed è stato bravo, efficiente. Ogni tanto ce ne serviamo. Affidabile, si dice così?"
"Dunque Jamie, eri nella merda, vero? Tutti quei soldi persi in stupide azioni, nel crack. E non erano tuoi. Ma non tutto è quello che sembra. Joey non si fidava troppo, e ha chiesto, diciamo così, a Tim di comprare metà del pacchetto che tu gli avevi venduto. Prova di fiducia, la chiamava. E il tuo fratellone ha accettato, che poteva fare d'altro? Non lo sapevi, eh? Poi Joey ha rivenduto la sua metà prima del crack, senza dire niente nè a te, nè a Tim. Pulito, con tutti i suoi soldini. L'ha sempre detto, che gli affari, diciamo così, regolari, non fanno per lui."
"Dopo il crack, il povero Tim non sapeva niente, e ti ha detto di scappare. Altrimenti, bau bau, i cani arrivavano. Povero Tim, senza soldi, e che paura. E Joey, quando l'ha visto arrivare tutto compunto, è scoppiato a ridere e gli ha detto della sua vendita. Tim non ci ha visto più, lo stava per ammazzare, se non fosse stato per i cani non so come sarebbe andata a finire. Insomma, Tim ne è uscito un po' pesto. E tu a Parigi, il fratellino tanto amato, te la potevi spassare un po' con le belle turiste"
"Poi a Joey è successo un incidente. Lo sai che aveva ammazzato un poliziotto? Con le sue mani. Credeva di farla franca, ma hanno trovato una sua sigaretta sul posto, e Scotland Yard lo ha incastrato con quel test nuovo, come si chiama, DNA? Joey è dentro, e ci rimarrà. Hanno già buttato via la chiave della sua cella. Anche Tim è dentro, ma non è coinvolto in questo. In altre cose piccole. Hanno scoperchiato la pentola. Ma uscirà presto. Due anni, forse tre. E tu, adesso, sei, come si dice? On the square. Pulito. La tua barca, che tanto serviva per affarucci vari, neanche toccata. Congratulazioni, Jamie. la prossima birra la offri te a me, però. Ed ora divertiti un po', lo sai fare bene, no?"
Esteban si rivolse a due clienti, dicendo loro qualcosa in spagnolo che Jamie non afferrò. Servì loro due Coronas, e sparì in una porta sul retro. Jamie sorseggiò la birra sbirciando un attimo la cantante. Poi sprofondò nei suoi pensieri, lo sguardo nel vuoto.
(continua)
02:20 Scritto da: weller60 in cityhoppers | Link permanente | Commenti (18) | Segnala | Tag: parigi | OKNOtizie |
Facebook
10/07/2006
Jamie à Paris (IV parte)

Jamie si sedette sulla panchina, accanto agli alberi. Pensò che non faceva più una passeggiata da tempo immemorabile, e sentì come se un pezzo di sè fosse mancato, sparito per anni. Aprì il giornale sullo sport, e lesse un po', senza troppo soffermarsi sulle parole. Il sole era insolitamente caldo per essere una giornata di fine Ottobre. I giardini delle Tuileries erano animati come al solito, frotte di turisti sciamavano da e per il Louvre, lingue diverse che si intrecciavano e formavano un impasto di suoni gradevoli, un tappeto dove scivolavano via i suoi pensieri informi. Jamie chiuse il giornale, e socchiuse un po' gli occhi, il tepore della giornata lo insonnoliva. Sentì che qualcuno si avvicinava, ma non ci fece troppo caso. All'improvviso, un accordo di chitarra lo scosse dal torpore. Si voltò, e vide un ragazzo seduto sulla panchina accanto alla sua che stava accordando senza fretta uno splendido strumento, color blu notte. Una custodia rigida giaceva sul terreno, già aperta con dentro qualche monetina. Il ragazzo era vestito con i soliti blue jeans ed un maglione troppo pesante per quella splendida giornata, e si aggiustava continuamente gli occhiali che tendevano a cadere mentre continuava l'accordatura. Quando ebbe finito, si alzò, si guardò in giro e incominciò a parlare ad alta voce:
"Mesdames et messieurs, bonjour! Mi chiamo Jed, e sono il vostro jukeboxe. Mettete una monetina lì, chiedete e vi canterò qualsiasi cosa! Allez! Qualche cosa da propormi? Non fate i timidi, forza! Niente? Ah beh' , volete sentirmi prima, vero? Ok, pas de problem."
Il ragazzo attaccò un vecchio pezzo di rock'n'roll, Jamie riconobbe blue suede shoes immediatamente. Era bravo, anche se l'accento rendeva il tutto un po' bizzarro. Un po' di gente incominciò a raccogliersi intorno al musicista, qualche monetina prese la strada verso la custodia. Quando la canzone finì, qualcuno applaudì.
"Vi ricordo che sono un jukebox! Chiedete, ed eseguirò. Forza gente, sono qui!"
Incominciarono a fioccare le proposte più disparate, da vecchi oldies a canzoni recentissime, e Jed eseguiva tutto, senza problemi.
"Cosa vuole? Duran Duran? Ah no, e' degli Spandau Ballet quella! Ma certo che la so, forza gente chiedete."
Jamie aveva ripreso a leggere, non prestava più attenzione, la gente era aumentata e non vedeva più il musicista di strada che continuava a suonare con vigore. Gli applausi e le risate aumentavano, fino a quando non gli riuscì più di concentrarsi sulla lettura. Alzò gli occhi, rassegnato, quando vide un volto famliare, contornato da una cascata di riccioli scuri. La ragazza lo riconobbe, e gli fece ciao con la mano, sorridendo. Jamie rispose al saluto, e stette seduto per un po', indeciso sul da farsi. Poi disse fra sè:
"Oh, what the hell..."
e si alzò, dirigendosi verso la ragazza. Sembrava sola, l'amica non si vedeva. Jamie era dotato in questo genere di cose, era bravissimo ad attaccare bottone, e non si smentì. Gentile, affabile, spiritoso. Poteva parlare in inglese e francese senza problemi, e la conversazione filò leggera sui giusti binari. Seppe che la ragazza si chiamava Claudia, veniva da Roma e stava viaggiando per l'Europa con la sua amica, Laura, che si trovava ancora nel Louvre. Lei i musei dopo un po' non li reggeva, ed era uscita prima. Jamie osservò lo sguardo di Claudia, e capì che la scintilla stava per scoccare. Old bastard, pensò, hai il bersaglio in vista. Il ragazzo aveva smesso di suonare, e la piccola folla si stava diradando. Restavano solo loro tre, e Jed stava rimettendo a posto la chitarra quando si fermò e si rivolse a Jamie:
"Monsieur, niente soldi! Tutte queste belle canzoni... e lei niente. Sta qua da quando sono arrivato, ha sentito tutto. Non è giusto! Ha qualche richiesta?"
Jamie rimase interdetto, scosse la testa, imbarazzato.
"Ok, so io cosa fa per lei. Prima metta la moneta, prego."
Jamie, soggiogato, tirò fuori un po' di spiccioli dalla tasca, e li dette a Jed. Il ragazzo tirò fuori la chitarra blu notte, la accordò rapidamente, ed attaccò:
It's gonna take a lotta love
To change the way things are.
It's gonna take a lotta love
Or we won't get too far.
So if you look in my direction
And we don't see eye to eye,
My heart needs protection
And so do I.
Jamie rimase lì a sentire per un po'. Guardò Claudia con un mezzo sorriso, e le chiese se voleva bere un drink da qualche parte. Conosceva un bel bar non lontano da lì. Lei accettò senza farsi troppo pregare.
(continua)
20:05 Scritto da: weller60 in cityhoppers | Link permanente | Commenti (12) | Segnala | Tag: parigi | OKNOtizie |
Facebook