09/08/2008

august 9th, 2008 (my birthday)

254265914.jpg
 
Devo andare.
Buon viaggio.
Grazie.
Si alzò, si sistemò il cappello. La luna era alta e il cielo si era schiarito. Il fiume dietro gli alberi sembrava metallo di fonderia.
Questo mondo non sarà più lo stesso, disse il cavaliere. Lo sapevi?
Lo so. Già non lo è più. 

 

08/08/2008

l'occhio di jane

2090342691.JPG

podcast
 
 
jane sbircia, solo un attimo, il viso di edo. il london eye si muove lentamente e li porta su. waterloo station, il tamigi, westminster scendono ai loro piedi. piove nella sera di settembre, le luci dei palazzi di londra si accendono. gialle, nel grigio della sera che sa già di inverno inglese.
you broke my  heart, edo. you know that? la gente pensa siano solo versi ripetuti di canzoni sciocche. ma non è così.  i pezzettini sono stati trasportati nei rivoli di pioggia, ai bordi dei marciapiedi. e non li trovo più. non c'è verso, edo. no way I can  fix it. le medicine e le sedute di analisi non servono. perdo chili e speranza ogni singolo, fottuto giorno che dio manda in terra. e che muove i piedi dei pendolari della city, i furgoncini  bianchi taglieggiati dalla congestion charge, i double decks incolonnati sullo strand. succede a te con elaine, succede a me con te. non ti odio, no, per questo.  non è colpa di nessuno, mi hai detto, and it's fucking true.  è così e basta, come la mela che scende giù per la gravità, il leone che mangia lo gnu. la stella tatuata, sulla spalla, per te, è ancora lì. nessuno me la porta via.
il london eye sale e scende, incessantemente, i turisti giapponesi si fanno fotografare. just a kiss, edo, mentre uno strano arcobaleno si accende nella pioggia che si dissolve. un sorriso, jane, just because it's there. la pentola piena d'oro in fondo non c'è, ma è bello crederci. mentre prendi la district line verso est.
 
still there's a light I hold before me
you're the measure of my dreams
the measure of my dreams
 
Edo & Jane:

00:43 Scritto da: weller60 in cityhoppers | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | Tag: londra, pogues, soho | OKNOtizie |  Facebook

17/07/2006

Jamie à Paris (VI parte)



Il cancello della prigione si aprì, finalmente, nel pomeriggio assolato di primavera, facendo uscire Tim, in tuta da ginnastica e con una borsa sportiva. Jamie, dall'altra parte della strada, era appoggiato alla sua Volvo, in giacca scura ed occhiali da sole. Fece un cenno con la mano al fratello, che attraversò e gli si fece incontro. I due stettero un po' l'uno davanti all'altro, Jamie gli appoggiò la mano destra sulla spalla. Vide il tatuaggio sul collo, il cranio perfettamente rasato, l'orecchio mutilato nella parte superiore, il segno dei pitbull di Joey. Tim non reagì, si guardava intorno, strabuzzando leggermente gli occhi, segno di una miopia che aveva sempre cercato di nascondere. Jamie sorrise, e aprì la portiera della macchina. Prese la borsa di Tim e la appoggiò sul sedile posteriore:
"Andiamo ".
I due entrarono, Tim leggermente impacciato per via della sua mole, ulteriormente ingrossata dopo i due anni in carcere, e Jamie accese il motore. Si diressero senza fretta verso la M25, intasata come al solito. Attraversarono il Tamigi sul ponte di Dartford, con il sole morente che dardeggiava sul fiume e gli edifici induistriali, diretti verso est, verso il Kent, la casa dei genitori. Tim disse poche parole nella sua voce rauca, mentre Jamie parlava del più e del meno, con un fare gioviale leggermente sforzato. Parlò del suo nuovo lavoro:
"Mi hanno offerto un posto a Liverpool, in una ditta che produce pezzi meccanici di precisione, come responsabile dell'ufficio vendite. Mi trasferirò presto. Tu puoi stare quanto vuoi dalla mamma, non vede l'ora. Non se l'è sentita di venire a prenderti in prigione, per lei è ancora uno choc, sai."
Jamie parlava in continuazione, sembrava spiritato:
"A Parigi, che femmine. Ho conosciuto una sposata, piena di soldi. Ragazzi, da perdere la testa. Dominique, si chiamava. Una brunetta con occhi verdi, un vero fenomeno. Cristo, che cugini che abbiamo, Tim, sembra che conoscano tutta la città. Potresti andare un po' lì per una vacanza vera. Ti saluta tanto Esteban, a proposito...."
Tim si voltò, e disse tranquillamente:
"Ferma la macchina, Jamie."
Jamie era un po' interdetto:
"Cosa? Siamo vicini a casa, ormai... Ti senti male?"
"Ferma questa cazzo di macchina, Jamie."
Il tono non ammetteva repliche, Jamie rallentò e si fermò su una piazzola dell'autostrada. Tim scese, guardò il traffico e si chinò in avanti, le mani sulle ginocchia, come un corridore stanco per rifiatare. Jamie si avvicinò di lato:
"Tim, ti senti ma...."
Il manrovescio di Tim interruppe la frase. Jamie sentì il sangue in bocca, un incisivo fece crick e si scheggiò. Il bruciore sulle labbra gli ricordò di uno schiaffo ricevuto da sua madre molti anni prima, mortificandolo e lasciandolo sbalordito. Il fratello aveva ora le braccia conserte, e lo guardava senza dire una parola. Poi, piano piano, incomicniò a sussultare, e gli occhi si inumidirono. I sussulti divennero più forti, Tim chiuse gli occhi e incominciò a piangere. I singhiozzi scuotevano il suo possente torace:
"Scemo, scemo..."
ripeteva sommessamente, quasi a se stesso. Jamie gli si avvicinò, ancora stupefatto, e gli prese la testa fra le mani. Tim rimase immobile, nell'abbraccio di Jamie, per un po', singhiozzando e mormorando. Poi si tirò via di scatto:
"Andiamo a casa. Dammi le chiavi, guido io."

Find your way out - of the wild wild wood

Fine :)

22:25 Scritto da: weller60 in cityhoppers | Link permanente | Commenti (18) | Segnala | Tag: londra, parigi | OKNOtizie |  Facebook

06/06/2006

Jamie à Paris (III parte)



"Signore...scusi...mister... le è caduto il passaporto... signore..."
Jamie si risvegliò, su di lui ondeggiavano tanti riccioli bruni. Mise a fuoco un paio di occhi scuri divertiti, mentre una mano affusolata gli porgeva il libretto blu con lo stemma di Elisabetta.
"Oh, cosa... grazie. Grazie mille."
Afferrò il passaporto e se lo mise rapidamente nella tasca della giacca. La ragazza fece un risolino.
"Siamo arrivati a Calais."
Jamie allungò le gambe e si mosse sulla poltroncina. Squadrò di nuovo la ragazza. Niente male, queste italiane, così diverse dalle inglesi. Sorrise.
"Ok, arrivederci, mister. Ciao!"
La ricciolona si allontanò in fretta con l'amica. Si voltò di nuovo, una breve occhiata fugace e via. Jamie si alzò, indolenzito, e si diresse verso la scaletta che portava alle macchine, mentre il traghetto compiva le ultime manovre di attracco.
La sua Volvo fu vomitata dalla nave, in Francia, finalmente. Prese l'autostrada solitaria, immersa in un deserto rurale, verso sud, e dopo qualche tempo si fermò in una stazione di servizio per telefonare agli zii. Jamie rispolverò il suo francese senza difficoltà, era bilingue per via della mamma originaria di Nantes, e nel sentirlo, zia Helene si mise a piangere per l'emozione e la felicità.
"Jamie, vieni oggi? Che bella sorpresa! Proprio ieri vi stavo pensando, a te e a Tim. Come sono contenta, no, nessun problema. Ti aspettiamo. Sai la strada, vero? Bene, bravo il mio ragazzo. Siamo a casa, zio Francois non si sente tanto bene, di questi giorni. A presto, allora."
Jamie attaccò, sbuffando, e andò ad ordinare un caffè al bar. Si trovava in mezzo al nulla, così vicino a Parigi, eppure sembrava di stare in un altro paese. Lesse il giornale che strillava del crack della borsa, di una rapina sanguinosa nel sud e della perestrojka di Mr Gorbachev. Sentì la madre ed il padre seduti accanto, percepiva il loro sguardo di riprovazione. Scrollò le spalle e si diresse verso la toilette.

"Jamie, mio caro. Che felicità..." zia Helene,gli occhi liquidi, gli prese il viso con le mani ossute e lo baciò. Il cagnolino dietro di lei, abbaiava senza sosta. Jamie si sottrasse, imbarazzato. Era più magra, più curva del solito.
"Vieni dentro, zio Francois sta dormendo. Questi fiori? Sono per me? Grazie, stellina, sei sempre un tesoro."
La casa degli zii era un vecchio villino con giardino, soffocato da palazzi alti ed anonimi di banlieu. Era un miracolo che fosse rimasto lì, con quell'albero secolare che sorgeva come una specie di sentinella. Dentro, tappezzeria e mobili dei primi del novecento, tutto rimasto uguale dai tempi del nonno, e di prima ancora. Un lieve sentore di muffa e di malattia aleggiava nelle stanze.
"Ho preparato la stanzetta di tua madre, hai pochi bagagli con te, li hai lasciati in macchina? No? Allora vuoi stare poco tempo..."
"Ecco, ho preso un po' di vacanza, non so quanto resterò, zia..."
"Stai quanto vuoi, caro. Ti ho preparato da mangiare, quel pasticcio che ti piaceva tanto..."
"Grazie, non ho fame adesso. Vorrei riposarmi un po'."
Jamie riuscì a resistere alle proteste, e dopo qualche notizia sulla mamma e su Tim riuscì ad entrare in camera. Stette un po' lì, seduto sul letto, nella penombra, tra mobili e fotografie di un tempo che non gli era mai appartenuto. Poi si stese sul materasso cigolante e stese le braccia sopra la testa, guardando gli stucchi del soffitto, in attesa dei sogni.
(continua)

Piccola aggiunta:
Qui troverete un po' di angeli in America, grazie ad una regina :)

23:30 Scritto da: weller60 in cityhoppers | Link permanente | Commenti (18) | Segnala | Tag: londra, parigi | OKNOtizie |  Facebook

30/05/2006

Jamie à Paris (II parte)



Il traffico era scarso, come doveva essere a quell'ora della notte. Jamie combatteva con lo stress e la stanchezza alla guida della sua 480 rossa, guidando meccanicamente tra i pochi camion. Non aveva avuto troppo tempo per pensare quando aveva abbandonato il suo piccolo appartamento a Chelsea, dove si era trasferito solo qualche mese prima. Il tragitto attraverso il sud-est dell'Inghilterra lungo la M20 durò meno di quanto si aspettasse. Arrivò a Dover con le prime luci dell'alba, con gli occhi che ormai si chiudevano da soli per il sonno. Acquistò il biglietto per il traghetto con i contanti prelevati a Londra nella banca sotto casa, e attese di imbarcarsi in macchina, nel piazzale. Intorno, gli autisti dei camion ciondolavano, fumando e sorseggiando caffè. Il giorno si trascinava avanti stancamente, grigio e malinconico come se fosse già nato vecchio. Non faceva ancora troppo freddo per essere autunno, ma una pioggia sottile incominciò a cadere su uomini, asfalto e lamiere. Jamie si addormentò per un tempo indefinibile con la testa all'indietro, a bocca aperta. Sognò il viso bianco di Joey che gli sorrideva con il suo solito sguardo annoiato:"Che cosa debbo fare con te, son?" gli chiedeva, mentre Tim lo teneva per i capelli. Suo padre, accanto, lo fissava con muta disapprovazione, vestito del suo stazzonato abito grigio da civil servant. Si svegliò al rombo dei motori che si avviavano per incolonnarsi verso la nave bianca con la pancia spalancata, pronta a fagocitarli per la traversata. Jamie si stropicciò gli occhi, si massaggiò il mento irsuto e accese la Volvo. Gli omini fosforescenti della P& O lo guidarono efficientemente verso il traghetto e fu ingoiato insieme agli altri, quasi senza accorgersene. Avrebbe voluto restare in macchina, ma si costrinse a salire in coperta, quasi barcollando per la stanchezza. Sprofondò su una poltroncina accanto ad un oblò, mentre la nave incominciava a muoversi sul mare livido. Quando stava per addormentarsi, una risata femminile lo riscosse. Accanto, due ragazze parlavano fitto fitto in una lingua musicale. Italiano, pensò, mentre si voltava ad osservarle distrattamente. Una delle due, con una grande massa di capelli ricci, stava mostrando all'altra un qualche capo di vestiario dentro una borsa di Harrod's. La ricciolona si accorse di lui e gli sorrise un attimo, lievemente imbarazzata, poi si volse di nuovo verso l'amica, bionda e con il trucco un po' troppo vistoso. Jamie non se ne curò, chinò la testa e chiuse gli occhi, mentre le scogliere di Dover si allontanavano. (continua)

23:55 Scritto da: weller60 in cityhoppers | Link permanente | Commenti (37) | Segnala | Tag: londra, parigi | OKNOtizie |  Facebook