19/03/2008

maya

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Maya rassettò in fretta i letti delle due camere, accese il robot-aspirapolvere e andò a sedersi al tavolo della sua preziosa cucina, arredata con i mobili anni '90, che facevano così tendenza e modernariato. Prese il foglio elettronico che era stato accuratamente ripiegato dal marito, Jacopo, accanto alla tazza da caffè autoigienizzante e lo dispiegò sul tavolo. La connessione Ultranet accese il foglio OLED sull'ultima edizione del quotidiano. Lesse distrattamente i titoli che strillavano sulla vittoria della nazionale di calcio, sull'ennesimo scandalo finanziario e sulla crisi climatica globale, con le città costiere di mezzo mondo che rischiavano di essere sommerse dallo scioglimento dei ghiacci ai Poli. Si strinse nelle spalle, pensando all'ultima volta che era andata sulle isole Maldive, ormai inghiottite dall'Oceano. Si rifece la coda di cavallo distrattamente, accese l'oleo-TV, la figurina 3-D del presentatore piangeva con la moglie di uno dei colonizzatori di Marte che aveva deciso di divorziare  in presa diretta. Non aveva voglia di sentire gli space talk show, disse "stop!" al proiettore che si spense. Salì la scala a chiocciola ricavata nel palazzo antico del centro storico, sulla terrazza. Non faceva ancora troppo caldo, e lei amava sorseggiare il suo caffé sui tetti del Centro Storico del trentesimo Municipio, con pochissimi abitanti. Lontano, poteva vedere la scia delle navette  che decollavano dal cosmodromo, a 50 Km, ad orari regolari, sotto il sole sempre più caldo di MiBo, la sterminata città padana.
Azionò il dispositivo di innaffiamento automatico delle piante OGM. Che fiori, che spettacolo. Si abbandonò sulla sdraio, gli occhi semichiusi, il pensiero andò al sex-robot che le aveva regalato Jacopo per il suo compleanno ("quando sono via, mi piace immaginarti con questo", le aveva detto) e sorrise maliziosamente. No, preferiva un po' di musica. Si toccò il tatuaggio dietro l'orecchio destro, il tune-nanochip impiantato sotto la pelle si accese, e la scosse leggermente. Troppo forte il volume, ecco, così è meglio, si disse, sfiorandosi di nuovo il collo.. Guardò la porta serrata dell'altana, antica come il palazzo, rimasta lì per il divieto del Municipio di demolirla durante i lavori di ristrutturazione. Ancora le faceva rabbia, Jacopo si era arreso troppo facilmente, e così niente minipiscina con idromassaggio alle nano-particelle. Quante volte l'aveva rimproverato, sempre uguali, gli uomini. Pigri. Il gatto Felix, fino ad allora assopito lì davanti, si riscosse improvvisamente e scappò via. E in quel preciso istante, noto che le linee della porta della vecchia altana sembravano curvarsi, no, non sembravano, si curvavano davvero. Ne era sicura. Ondeggiavano, ritmicamente. Maya deglutì, immobile. Dietro si vedeva una luce rosa (rosa?) sempre più intensa. Si toccò il tatuaggio per spegnere la musica, e lo sentì: il suono di uno strumento musicale, una chitarra elettrica, così si chiamava,  suo nonno ne aveva posseduta una, ancora si trovavano in giro nei mercatini per collezionisti. Impossibile, assurdo: l’altana era chiusa, non ci andava mai nessuno. Era stata sgombrata durante i lavori. Poi la porta si dissolse, una luce proveniva dall’interno, così intensa che Maya scattò in piedi e si coprì gli occhi con le mani. Dal rosa, il colore passò al blu. Lei era pietrificata, non riusciva a muoversi di un passo. Le sembrò che l’intensità della luce diminuisse, e riaprì lentamente gli occhi. Una sagoma  scura proveniente dall’altana si avvicinava. Maya aprì la bocca per gridare, ma non ci riuscì. Incominciò a distinguere un ragazzo alto, con i lunghi capelli scuri,  una benda colorata legata sulla fronte, blue jeans lisi e una maglietta colorata. Lui le rivolse uno sguardo un po’ attonito, mormorò qualcosa, poi sorrise ed esclamò:
“Cazzo, questa volta è meglio delle altre! Sembra il futuro!”
Fece un giro intorno  alla terrazza, guardò incuriosito il panorama, e chiese a Maya, ancora impietrita:
“Che anno è?”
“Il 2040”, rispose meccanicamente Maya.
“Ma dai! Sono stato indietro, mai avanti. Fantastico. Vado giù, a dirlo ai miei amici. Fra un po’ la porta si chiude. Cioè qui si chiude, di là ancora no. Si può uscire, non entrare. ‘Sto cazzo di wormhole è proprio strano. L’abbiamo trovato nella mia cucina, in un armadio. Ogni tanto esce luce e l’anta si dissolve, letteralmente. Tu entri ed esci in un altro tempo. La prima volta pensavo fosse qualcosa nella mia erba, un allucinogeno. Da andare giù  di testa. Poi ho letto un libro, è una cosa strana dello spazio tempo. Boh, non studio fisica. E’ una figata. Come ti chiami, donna del futuro?”
“M…M… Maya.”
“Bel nome. Hai un bel posticino, qui. Senti, vuoi venire giù? Puoi ritornare dopo, tu puoi, in poche ore. Io devo andarmene ora. Una volta ho rischiato di rimanere intrappolato nel 1850.”
Sì, sto proprio uscendo fuori di testa, pensò Maya. Oppure sono quelle pasticche che ho preso ieri con Jacopo, forse.  Ma possibile che i lisergici legali, acquistati in farmacia fossero così potenti? E poi, sembra tutto troppo reale, anche  lui. Il ragazzo le sorrise.
“Io mi chiamo Marco, comunque. Se non vuoi venire, ciao. Non è mai venuto nessuno, hanno tutti troppa paura.”
Invece Maya venne, inaspettatamente. Passò attraverso il tunnel luminoso, e si trovò nel 1973. C’era una festa. Tanti ragazzi, sorridenti. La musica andava forte, la cucina era piena di luce, musica e colori, così vivi. Maya parlò del futuro, ma era quel presente che contava. Diventò allegra.
Sentì la musica come non l’aveva mai sentita.
Mangiò e bevve come non aveva mai mangiato e bevuto.
Rise come non aveva mai riso.
Quando la luce dal corridoio si fece più fioca, strinse le spalle, con gli occhi illuminati, e girò le spalle all’anta dell’armadio  che riprese la sua forma.
Quella notte, fece l’amore come non l’aveva mai fatto.
 

 

18/10/2007

Domani

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Domani sotituiremo le lampadine a incandescenza con i LED, per risparmiare energia. E avremo tante belle luci colorate (il blu, soprattutto, che piace tanto a me). Domani potremo costruire dei computer con logiche diverse: non più solo 0 o 1, oppure sì o no, ci saranno altre opzioni, utilizzando i principi della fisca quantistica, e le sue stranezze. E saranno sempre più piccoli, e potenti.  Domani useremo (compagnie petrolifere permettendo) auto ad idrogeno, ad emissione zero. Domani andremo su Marte, e lo colonizzeremo, costruendo tante piccole casette trasparenti a forma di bolle. Domani forse chiederò di fare l'astronauta, oppure di andare per un po' a lavorare Barcellona, o a Berkeley. Domani pioverà. Domani tornerò a Liverpool, e respirerò il vento del mare d'Irlanda. E sorriderò un po' di più, e farò sorridere voi un po' di più. Domani scriverò qualche poesiola, o qualche storiella, e forse le farò leggere ad occhioni blu. Domani starò meglio, anzi a scrivere queste cose mi sento già meglio. Jane Birkin, o Brigitte Bardot, o Jane Fonda mi sorrideranno. E prenderò un Campari con Dick Feynman, che mi racconterà una barzelletta. E' un buon inizio di giornata, con le corde che diventano fili di seta iridescenti. E adesso scappo, che devo tenere una lezione. Sono fatto così, e non posso farci niente. Perché forse il domani è già ora. Sun on you.


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09:40 Scritto da: weller60 in Greg | Link permanente | Commenti (53) | Segnala | Tag: rem, futuro, marte | OKNOtizie |  Facebook

09/07/2007

Sull'acqua del Nord


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The Cure - just like heaven

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Ward sale sul piccolo palco delle presentazioni. Greg lo conosce, anche se lui non ricambia la conoscenza. Greg ha letto i suoi articoli, ed ha visto le sue presentazioni a diversi congressi. E' un professore americano, importante nel suo campo. Rispetto all'ultima volta che l'ha visto, è invecchiato un po'.Occhiali e barbetta, ha un abito chiaro, elegante per lo standard degli scienziati americani , che sono soliti fare le presentazioni in blue jeans, magari con il codino, come capita all'autore di un esperimento bellissimo, di cui ho messo un'immagine in questo post. Il meccanismo del congresso, articolato si diverse sessioni parallele che si svolgono contemporaneamente, fa sì che non siano presenti moltissime persone,  ma l'aula è abbastanza piena. Siamo in 1800, qui a Stoccolma, e veniamo da tutto il mondo. E? un appuntamento triennale. Ma quest'anno si vedono cose assolutamente innovative, e possibili dettagli del futuro.  Ward introduce l'argomento della sua esposizione, che non spiegherò, perché è troppo difficile. Però, prima  della parte tecnica, diciamo così, fa qualcosa di straordinario, che tipicamente in questo tipo di incontri non si fa, o si fa molto poco. Si pone delle domande di carattere filosofico. E le pone a noi. Grosso modo,il succo è questo: secondo Ward, la scienza e la tecnologia stanno attraversando una rivoluzione. I fenomeni fisici che studiamo, e che sfruttiamo per i futuri oggetti che costruiremo per vivere, lavorare, e divertirci, sono complessi. Il mondo è complesso. Il sistema dei neuroni nel nostro cervello è complesso. I futuri dispositivi elettronici basati su, che so, su molecole organiche (compreso  il DNA), nanotubi di carbonio o nanofili di semiconduttore sono oggetti complessi. E l'approccio "riduzionista" della fisica del ventesimo secolo non serve. Cos'è il riduzionismo? E' spiegare il funzionamento della natura attraverso il minimo numero di equazioni, ridurre il problema all'osso, scarnificarlo. Tutto viene dalle interazioni tra le particelle subatomiche, studiamo quello e abbiamo in mano tutto. Einstein aveva un approccio riduzionista, per esempio. E Greg l'ha sempre pensata più o meno in modo riduzionista. Ward dice che insegnamo in questo modo nele aule universitarie, ma poi quando facciamo ricerca, è tutta un'altra cosa. Perché il riduzionismo non basta più. E lo studio sistematico (quello che fa Greg nel suo laboratorio) è utile, ma non è sufficiente. Perché per trovare  delle cose veramente nuove bisogna avere le idee, e bisogna ragionare con la parte destra del cervello, e non la sinistra, che è riduzionista: Ward usa proprio questo esempio. Greg sobbalza. E' colpito nel vivo. Il discorso di Ward dura 10 minuti, gli altri 20 sono per l'esposizione delle sue ricerche.

Più tardi, Greg è su uno dei punti di approdo dei battelli di questa bella ed un po' asettica città nordica, la città dove si assegnano i premi Nobel. E' un pomeriggio luminosissimo, come solo al Nord possono essere. La gradevole cantilena scandinava si mischia alle altre lingue, di turisti ed immigrati. La città storica sull'acqua, i marciapiedi puliti, le biondine che vanno e vengono con le borse dello shopping, l'orecchio al telefonino, o all'auricolare. Greg riflette su quello che ha sentito. Ward ha parlato, in un certo senso,  di libertà, e di fantasia. Embrace complexity, abbracciate la complessità, è uno dei suoi slogan. La piccola Dharma in me sorride.

20:00 Scritto da: weller60 in my playground | Link permanente | Commenti (27) | Segnala | Tag: cure, nobel, futuro | OKNOtizie |  Facebook